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Federazione di rugby a 15 dell'Inghilterra

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Rugby Football Union
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Disciplina Rugby a 15
Fondazione26 gennaio 1871
GiurisdizioneInghilterra, Guernsey, isola di Man e Jersey
PaeseRegno Unito (bandiera) Regno Unito
ConfederazioneWorld Rugby (dal 1890)
Rugby Europe (dal 2002)
SedeRegno Unito (bandiera) Londra
PresidenteRegno Unito (bandiera) Deborah Griffin
Sito ufficialewww.englandrugby.com

Rugby Football Union o RFU è l'organismo di governo del rugby a 15 in Inghilterra e nelle dipendenze della Corona.

Fondata nel 1871, è la più antica federazione rugbistica del mondo e, fino all'istituzione dell'International Rugby Football Board (IRFB, odierna World Rugby) fu regolatrice unica della disciplina.

Si tratta di una tra le più titolate federazioni del mondo rugbistico, che al 2026 vanta quattro titoli mondiali seniores (uno con la nazionale maschile e tre con quella femminile, che è anche campione in carica) e 61 vittorie nel Sei Nazioni (39 in quello maschile e 22 in quello femminile); alla stessa data, i club professionistici ad essa affiliati vantano in ambito continentale la vittoria in dieci edizioni di Coppa d'Europa per club, la Champions Cup, e tredici nella Challenge Cup.

Dal 2002 RFU è membro anche di Rugby Europe, organizzazione di governo della disciplina in Europa, nata in Francia nel 1934 con il nome di F.I.R.A. quale antagonista dell'IRFB.

La sua sede è a Londra presso lo stadio di Twickenham, e la sua presidente è l'ex rugbista internazionale Deborah Griffin, mentre la madrina è Kate Middleton, la principessa del Galles.

Benché la nascita del rugby venga fatta risalire al 1823, per quasi mezzo secolo, nelle scuole e tra i club del Regno Unito, non vi fu mai uniformità nelle regole del gioco. In ragione di ciò, a dicembre 1870 i dirigenti di due club londinesi, Blackheath e Richmond, pubblicarono una lettera sul Times invitando altri club a consorziarsi per stabilire regole univoche e condivise[1]. Diciannove club risposero all'appello e, il 26 gennaio 1871, al Pall Mall Restaurant di Regent Street gli esponenti dei 21 convenuti diedero vita a un organismo chiamato Rugby Football Union, tra i cui primi atti figurò la stesura di regole del gioco che per diverso tempo rimasero le uniche regolatrici della disciplina[1].

Primo incontro internazionale di rugby a Raeburn Place (Edimburgo) tra Scozia e Inghilterra
1871, ScoziaInghilterra a Raeburn Place, primo incontro internazionale della storia

Sotto le regole della nuova federazione, nel marzo successivo si tenne il primo incontro internazionale della storia del rugby, al Raeburn Place di Edimburgo tra Scozia e Inghilterra, vinto dalla squadra di casa per una trasformazione a zero[2] (entrambe marcarono una meta, che all'epoca non valeva punti: solo la trasformazione valeva un punto), risultato che con le più recenti regole di punteggio significherebbe 7-5 per gli scozzesi. Nel 1877 RFU decretò la trasformazione del gioco da 20 uomini per squadra a 15[1], e nel 1878 istituì la Calcutta Cup, premio forgiato con la fusione delle rupie rimaste in cassa al Calcutta Football Club, formazione dell'India coloniale che chiuse l'attività per mancanza di avversari; tale coppa fu messa in palio annualmente contro la Scozia ed è il più antico premio rugbistico internazionale tuttora disputato[3].

Nel 1883 RFU fu tra i fondatori dell'Home Nations Championship, trofeo interbritannico internazionale noto, ai nostri giorni, come Sei Nazioni; l'Inghilterra vinse le prime due edizioni consecutivamente[4] ma, proprio in occasione di tale seconda affermazione, nacque una controversia regolamentare con la Scozia riguardo alla regola del vantaggio[5], che portò le due squadre a non incontrarsi nel 1885 e, indirettamente, condusse alla nascita, un anno più tardi, dell'International Rugby Football Board (ai giorni nostri World Rugby), al quale RFU tuttavia non aderì, in quanto sostenitore della tesi per cui le regole da applicare dovessero essere quelle da esso emanate[6]; solo nel marzo 1890 l'Inghilterra si dichiarò disposta ad accettare le regole del Board e ad aderirvi, cosa che avvenne formalmente a Cardiff prima dell'inizio del Championship di quell'anno[7]. Nel 1895 l'IRFB e, di riflesso, RFU, dovettero fronteggiare il cosiddetto «Grande Scisma di Huddersfield», dal nome della città dello Yorkshire in cui 21 club, di cui 12 provenienti da tale contea e 9 dal limitrofo Lancashire, si scissero da RFU per fondare Northern Rugby Football Union in disaccordo con la politica di Londra, improntata a inflessibile dilettantismo, di negare rimborsi in denaro ai giocatori costretti a sacrifici economici per essere presenti in campo[8]; lo scisma si risolse di fatto nella nascita di una nuova variante della disciplina, il rugby league, nota in italiano come rugby a 13 o rugby a XIII dal numero dei giocatori in squadra; il codice dell'IRFB divenne invece noto come rugby union, in italiano rugby a 15 o rugby a XV.

Il ventesimo secolo

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La King's Cup, premio rugbistico consegnato nel 1919 dal re Giorgio III al capitano della squadra militare di rugby neozelandese
1919. La King's Cup consegnata da re Giorgio III al capitano neozelandese

Nel 1905 RFU, fin lì nomade[9], acquistò un terreno nell'allora contea del Middlesex a sud-ovest di Londra[10] (oggi parte della città nel distretto di Richmond upon Thames)[10], investendo circa 5600 sterline per un'area di più di 40000  su cui nacque il primo nucleo dello stadio di Twickenham, capace di circa 27000 spettatori paganti[11]; lo stadio fu inaugurato a fine 1909 con un'amichevole tra Richmond e un altro club londinese, l'Harlequins[12], che vinse 14-10[9]; pochi mesi più tardi ospitò anche il primo incontro internazionale dell'Inghilterra in occasione del Cinque Nazioni 1910[9].

Nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, RFU collaborò con il Ministero della Guerra per l'allestimento dell'Inter-Services and Dominions Rugby Championship, torneo post-bellico più noto come King's Cup, riservato a militari e graduati delle forze armate dell'Impero britannico; tuttavia, anche in tale occasione eccezionale, la federazione mostrò pochissima flessibilità verso i reduci provenienti dal rugby a 13: già dopo la scissione del league RFU aveva introdotto una norma che invertiva l'onere della prova nei confronti dei club inglesi di union sospettati di appoggiare qualsiasi forma di rimborso economico[13] e, durante il conflitto, il massimo della disponibilità che aveva concesso ai giocatori di league era la rimozione del divieto di essere schierati in club civili o militari a XV. A fine ostilità, tuttavia, tale bando fu immediatamente reintrodotto e, in occasione della King's Cup, le uniche eccezioni ammesse riguardarono quei giocatori ancora non tornati a disposizione dei propri club[14]; le forze armate britanniche schieravano solo un giocatore proveniente dal league, e solo l'intervento di Wavell Wakefield, capitano della Royal Air Force e, nel secondo dopoguerra, presidente della RFU, riuscì a permettere che egli potesse giocare[14]; gli australiani, provenienti da un Paese in cui il league si era affermato già da anni, a propria volta schieravano sette elementi provenienti dal XIII[15]. Terminato il torneo, RFU rimosse anche tali ultime eccezioni e blindò il dilettantismo nella disciplina, destinato a durare per quasi tutto il resto del XX secolo[13].

La Coppa del Mondo e il professionismo

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Per tutto il periodo tra le due guerre, e nel secondo dopoguerra, essendo oramai la stesura delle regole del gioco di competenza dell'IRFB, Rugby Football Union gestì le proprie competizioni interne e le attività internazionali, sia della squadra inglese che dei British & Irish Lions di concerto con le altre tre Union delle Isole britanniche. Nei primi anni ottanta le federazioni storiche dell'IRFB, tra cui l'Inghilterra in prima linea, dovettero fronteggiare l'ennesimo, e più dirompente, tentativo di professionalizzazione della disciplina, che faceva seguito ad altri approcci più morbidi iniziati già alla fine degli anni sessanta con proposte di istituzione di tornei internazionali assimilabili a un campionato mondiale[16]: nel 1983 il promoter sportivo australiano David Lord aveva annunciato l'investimento di una grossa somma di denaro per creare un campionato interamente professionistico, con stanziamenti di circa 90000 sterline per stagione a ogni atleta interessato[17][18]. Il tentativo di Lord era troppo ambizioso e fallì per bancarotta, ma ciò costituì un campanello d'allarme per i difensori del dilettantismo[19]; la RFU, fino a quel momento estremamente conservatrice al riguardo, dovette riconsiderare la sua posizione e, mentre Irlanda e Scozia rimasero le uniche a opporsi al professionismo, nel 1985 la federazione inglese contribuì al varo della Coppa del Mondo grazie al voto favorevole di uno dei suoi due delegati in seno al comitato esecutivo dell'IRFB[18][20][21][22].

Il risultato della prima Coppa del Mondo, tenutasi tra maggio e giugno 1987 in Australia e Nuova Zelanda, fu giudicato insoddisfacente da RFU (l'Inghilterra uscì ai quarti di finale)[23]; la federazione, anche alla luce del fatto che quattro anni dopo sarebbe toccato proprio ad essa organizzare la seconda edizione della Coppa, decise di varare una competizione di club che garantisse competitività ai propri giocatori[24], in quanto la Coppa nazionale, istituita nel 1972[25], non garantiva sufficiente continuità ai giocatori. In breve tempo RFU si assicurò il sostegno dei finanziatori, tra cui il main sponsor John Courage, birrificio inglese, e varò a settembre 1987 la National Division strutturata su tre livelli a promozione e retrocessione[26]; primo campione inglese fu Leicester[27]. Diversi anni dopo il campionato passò da gestione federale a una lega appositamente costituita all'uopo dai club, che prese il nome di Premiership Rugby, nome con cui è tuttora nota.

Nel 1995 l'IRFB abolì l'obbligo del dilettantismo nella disciplina[28][29], ma RFU decise di prolungare per un'ulteriore stagione lo status amatoriale dei propri campionati[30] per evitare immediati squilibri economici[30]; il passaggio al professionismo tuttavia portò alla nascita di una lega e di associazioni di giocatori, che iniziarono a ridiscutere contratti e introiti televisivi con RFU[31]. Tale nuova lega, English Professional Rugby Union Clubs (EPRUC), avviò un contenzioso con RFU ritenendo che i contratti televisivi avrebbero potuto garantire due milioni di sterline annue ai club laddove la stessa RFU si era impegnata per un minimo garantito di 300000[32]; i contenziosi continuarono anche nella stagione 1997-98, quando RFU si rifiutò di autorizzare incontri extracampionato durante la stagione con due club gallesi che avevano espresso interesse a entrare nel sistema di lega inglese[33].

Inghilterra ‒ Italia a Parma per il 6 Nazioni femminile 2026
L’Inghilterra femminile contro l’Italia al Sei Nazioni 2026

Nel 2002, dopo la trasformazione della Fédération Internationale de Rugby Amateur (o F.I.R.A.) da organismo alternativo all'IRFB a filiale europea di quest'ultima con il nome di FIRA-Associazione Europea di Rugby (oggi Rugby Europe), RFU chiese e ottenne l'affiliazione a tale rinnovato organismo continentale[34]. L'anno seguente la federazione raggiunse il miglior risultato sportivo della sua storia fino a quel momento, vincendo a Sydney la finale della Coppa del Mondo 2003 e imponendosi quindi come prima e, allo stato, unica, nazionale dell'Emisfero Nord a laurearsi campione mondiale[35].

Nel 2010 RFU accolse nel proprio organico, quale divisione costitutiva, Rugby Football Union for Women, associazione formalmente indipendente da RFU che dalla fine degli anni ottanta aveva organizzato il rugby femminile nel Regno Unito e, a seguire, nella sola Inghilterra; due anni più tardi il rugby femminile divenne totalmente integrato in RFU[36]. La nuova squadra portava in dote la vittoria in una Coppa del Mondo femminile, conquistata nel 1994 nel periodo ancora fuori dall'orbita IRFB e ufficializzata a posteriori. Nel 2014, invece, battendo in finale a Parigi il Canada, si aggiudicò la Coppa in Francia, la prima sotto l'amministrazione RFU[37].

Al 2026 la squadra maschile vanta la suddetta vittoria del 2003, mentre la femminile è campione del mondo in carica, essendosi aggiudicata l'edizione 2025 della Coppa, la sua terza complessiva, organizzata proprio dall'Inghilterra[38]. Per quanto riguarda altresì il Sei Nazioni, l'Inghilterra vanta il primato di vittorie nell'albo d'oro in entrambi i tornei: condiviso in quello maschile, con 39 affermazioni complessive su 132 edizioni al pari del Galles, di cui 13 col Grande Slam, e nettamente dominante in quello femminile, con 22 affermazioni su 31 edizioni e 20 Grandi Slam[39]. Riguardo invece alle competizioni europee di club, a tutta la stagione 2024-25 l'Inghilterra vanta 10 vittorie nella competizione maggiore, la Champions Cup (fino al 2014 Heineken Cup): 3 con Saracens (Londra), 2 ciascuno con Wasps (Londra) e Leicester, e una ciascuno con Bath, Exeter e Northampton. Nel torneo cadetto, la Challenge Cup, vanta altresì il primato nell'albo d'oro con 13 affermazioni: 3 dell'Harlequins (Londra), 2 ciascuna dei citati Bath e Northampton, di Gloucester e Sale Sharks, e una ciascuna da Bristol e il summenzionato Wasps.

Dal agosto 2025 la carica di presidente è ricoperta da Deborah Griffin, prima donna a essere eletta alla testa della federazione; Griffin fu fondatrice di Rugby Football Union for Women e fu tra le organizzatrici della Coppa del Mondo di rugby femminile 1991 tenuta in Galles e riconosciuta da IRFB solo nel nuovo millennio[40]. La madrina è, altresì, la principessa del Galles Kate Middleton, che ricopre tale funzione dal 2022, avendola ereditata da suo cognato Henry, dimessosi in quell'anno da qualsiasi incarico pubblico[41].

  1. 1 2 3 (EN) RFU150 - The Rugby Football Union, su worldrugbymuseum.com, World Rugby Museum, 1º febbraio 2021. URL consultato il 23 maggio 2026 (archiviato il 4 febbraio 2023).
  2. (EN) Football Match – England v Scotland, in The Glasgow Herald, 28 marzo 1871, p. 5.
  3. (EN) The Origin of the Calcutta Cup, su englandrugby.com, Rugby Football Union. URL consultato il 6 marzo 2018 (archiviato dall'url originale il 2 luglio 2016).
  4. (EN) England v Scotland, in The Manchester Guardian, 3 marzo 1884, p. 7. URL consultato il 23 maggio 2026.
  5. (EN) Football Notes, in The Manchester Guardian, 7 marzo 1884, p. 3. URL consultato il 23 maggio 2026.
  6. (EN) International football conference, in The Manchester Guardian, 7 marzo 1887, p. 7. URL consultato il 23 maggio 2026.
  7. (EN) The International Rugby Dispute, in The Observer, 2 febbraio 1890, p. 7. URL consultato il 23 maggio 2026.
  8. (EN) Revolt in the Football World, in The Manchester Guardian, 30 agosto 1895, p. 8. URL consultato il 23 maggio 2026.
  9. 1 2 3 (EN) Twickenham Stadium, su 20thcenturylondon.org.uk, Exploring 20th Century London. URL consultato il 3 febbraio 2020 (archiviato dall'url originale il 6 dicembre 2013).
  10. 1 2 (EN) Cail, William, su 20thcenturylondon.org.uk, Exploring 20th Century London. URL consultato il 3 febbraio 2020 (archiviato dall'url originale il 4 novembre 2013).
  11. McGowan:2014, pp. 21-23.
  12. (EN) Opening of the Union field. How Harlequins beat Richmond, in The Observer, 3 ottobre 1909, p. 14.
  13. 1 2 Collins, 2013, pag. 64.
  14. 1 2 (EN) Tony Collins, The 1919 King’s Cup: rugby union’s first «world cup»?, su tony-collins.org, Tony Collins’s Rugby Reloaded, 8 giugno 2015. URL consultato il 13 maggio 2015 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2016).
  15. (EN) Rodney Noonan, Offside: Rugby League, the Great War and Australian Patriotism, in International Journal of the History of Sport, vol. 26, n. 15, Abingdon-on-Thames, Taylor & Francis, 10 dicembre 2009, pp. 2201-18, DOI:10.1080/09523360903133020, ISSN 0952-3367 (WC · ACNP). URL consultato il 15 maggio 2017.
  16. Collins, 2009, p. 12.
  17. (EN) Simon Kelner, David Lord, ringmaster of the rugby circus, in The Observer, 4 settembre 1983, p. 44. URL consultato il 12 gennaio 2026.
  18. 1 2 (EN) Daniel Schofield, Rugby World Cup: How the 1987 tournament was almost cancelled, in Stuff, Fairfax Media, Ltd, 20 settembre 2019. URL consultato il 10 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 10 novembre 2019).
  19. (EN) Clem Thomas, Rugby’s leaders prefer a coat of whitewash to repairing the game’s cracking edifice, in The Guardian, 30 dicembre 1983, p. 18. URL consultato il 12 gennaio 2026.
  20. (EN) David Frost, South Africa may play in the first World Cup, in The Guardian, 23 marzo 1985, p. 15. URL consultato il 12 gennaio 2026.
  21. Eddie Butler, Rugby World Cup: How 1987 changed the face of rugby union, in The Observer, 3 settembre 2011. URL consultato l'11 novembre 2019.
  22. Collins, 2009, p. 13.
  23. (EN) David Frost, England’s daze of reckoning, in The Guardian, 9 giugno 1987, p. 33. URL consultato il 23 maggio 2026.
  24. (EN) Robert Armstrong, Leagues provide a welcome spur, in The Guardian, 2 settembre 1987, p. 32. URL consultato il 23 maggio 2026.
  25. (EN) Edward Kerr, The Birth of the English Champion, su therugbymagazine.com, The Rugby Magazine, 17 febbraio 2017. URL consultato l'8 giugno 2023 (archiviato dall'url originale il 21 settembre 2020).
  26. (EN) Robert Armstrong, New day of courage dawns, in The Guardian, 5 settembre 1987, p. 15.
  27. (EN) Waterloo back from the brink, in The Guardian, 2 maggio 1988, p. 7.
  28. (EN) Robert Armstrong, Amateurism ditched in pay go-ahead, in The Guardian, 28 agosto 1995, p. 16. URL consultato il 21 febbraio 2025.
  29. (EN) Rugby to turn professional, in The Canberra Times, 28 agosto 1995, p. 24. URL consultato il 21 dicembre 2021. Ospitato su Biblioteca nazionale australiana.
  30. 1 2 (EN) Robert Armstrong, RFU bars clubs from paying, in The Guardian, 8 settembre 1995, p. 24.
  31. (EN) Robert Armstrong, Twickenham and clubs split over contracts, in The Guardian, 26 marzo 1996, p. 23.
  32. (EN) Robert Armstrong, Clubs stick to their guns, in The Guardian, 10 settembre 1996, p. 23.
  33. (EN) Paul Rees, Why the game may be up, in The Guardian, 8 agosto 1998, p. 34.
  34. (FR) L’Angleterre partante, aussi, pour la Coupe d’Europe des régions, in Rugby Magazine, vol. 1017, Paris, Fédération Française de Rugby, 1º ottobre 2002, p. 37, ISSN 0769-6205 (WC · ACNP). URL consultato il 24 maggio 2026. Ospitato su Biblioteca nazionale di Francia.
  35. (EN) England win Rugby World Cup, in BBC, 22 novembre 2003. URL consultato il 20 agosto 2020.
  36. (EN) This is England Women’s Rugby (PDF), su englandrugby.com, Rugby Football Union, p. 5. URL consultato il 18 agosto 2018 (archiviato dall'url originale il 18 agosto 2018).
    «In September 2010, the Rugby Football Union for Women (RFUW) was integrated into the RFU, with full integration into RFU structures and management by July 2012»
  37. (EN) Women’s Rugby World Cup: England beat Canada to win final, in BBC, 17 agosto 2014. URL consultato il 22 settembre 2018.
  38. (EN) Alastair Telfer, England overpower Canada to win Women's World Cup, in BBC, 27 settembre 2025. URL consultato il 30 settembre 2025.
  39. (EN) Report: England claim Grand Slam on French soil, su sixnationsrugby.com, Six Nations Rugby, 17 maggio 2026. URL consultato il 17 maggio 2026 (archiviato il 17 maggio 2026).
  40. (EN) Sara Orchard, Ground-breaking Griffin takes over as RFU president, in BBC, 1º agosto 2025. URL consultato il 25 maggio 2026.
  41. (EN) Sean Coughlan, Kate takes over from Harry as royal rugby patron, in BBC, 2 febbraio 2022. URL consultato il 25 maggio 2026.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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