Lucumone
Il lucumóne (in etrusco lauχumes, con varianti lauχme, luvχme) è il titolo che la tradizione erudita romana (in particolare Servio) rende come «re» e riferisce ai sovrani delle città etrusche in epoca arcaica.
Nella documentazione epigrafica etrusca, tuttavia, la forma ricorre soprattutto come nome personale, mentre la magistratura suprema attestata nelle città-Stato di età storica è lo zilath (etrusco zilaθ meχl rasnal, interpretato da Helmut Rix come praetor rei publicae).[1] L'equivalenza «lucumone = re» è oggetto di discussione: emerge soltanto nel commento di Servio all'Eneide, quasi a livello di glossa, ed è ritenuta da Mauro Cristofani una creazione tarda, frutto di una «personificazione» del nome personale etrusco (Lucumo, attribuito dalla tradizione a Tarquinio Prisco), a cui sarebbe stato dato un credito eccessivo come termine della terminologia magistratuale etrusca.[2] Sul carattere tardo di questa equivalenza concordano vari studiosi, tra cui Carlo de Simone, Cristofani, Luciano Agostiniani, Gianluca Tagliamonte e Dominique Briquel.[3][4] Resta, sul piano della denominazione, un'ambiguità tra zilath, proprio della tradizione epigrafica diretta, e lucumone, proprio della tradizione letteraria indiretta.[5]
Attestazioni
[modifica | modifica wikitesto]Servio (Ad Aeneidem II, 278; VIII, 65, 475; X, 202) riferisce che il termine, in etrusco, designava la figura del re. Censorino (De die natali IV, 13) menziona invece i lucumones come i «potenti d'Etruria» (Etruriae potentes) ai quali si dovrebbe la messa per iscritto della dottrina rivelata da Tagete, senza però qualificarli espressamente come sovrani.[6] Deve inoltre essere considerato che lo stesso Servio attribuisce il medesimo titolo anche ai magistrati della città di Mantova (Ad Aeneidem X, 202) e che, a tutt'oggi, non è stata rinvenuta alcuna iscrizione etrusca arcaica (VII-VI secolo a.C.) in cui il termine 'lucumone' possa essere chiaramente interpretato nel significato di re.
[VIII, 65] […] 'Celsis caput urbibus exit' de Tuscia, quam illis multum constat floruisse temporibus: nam et lucumones reges habebat, et maximam Italiae superaverat partem.
[VIII, 475] […] 'Ingentes' autem 'populos' non sine causa dixit: nam Tuscia duodecim lucumones habuit, id est reges, quibus unus praeerat.
«[II, 278] "E mostrando quelle ferite, che [ricevette] numerose intorno alle [patrie] mura" come se portasse e mostrasse insegne, che aveva ricevuto da diversi nemici combattendo per la patria. "Intorno alle mura" perché, come dice Omero, tutte le frecce gettarono su Ettore ucciso secondo l'usanza dei padri. Da qui è "e la corazza in dodici punti colpita e trapassata", a causa dei dodici popoli dell'Etruria; infatti erano dodici i lucumoni, che sono i re nella lingua etrusca.
[VIII, 65] […] "La [mia] fonte scaturisce fra nobili città" dell'Etruria, che è nota per essere stata molto fiorente in quei tempi: infatti aveva re lucumoni e aveva soggiogato la maggior parte dell'Italia.
[VIII, 475] […] Ha detto "ingenti popoli" non senza motivo: infatti l’Etruria ebbe dodici lucumoni, cioè re, di cui uno era a capo.
[X, 202] “Essa ha tre stirpi ognuna divisa in quattro popoli” poiché, nella sua popolazione, Mantova ebbe tre tribù che si dividevano in quattro curie, e su ognuna regnava un lucumone; è noto che questi furono dodici in tutta l'Etruria, tra i quali uno era il capo supremo. Costoro poi regnavano su tutta l'Etruria come se fosse divisa in prefetture, però Mantova aveva il comando su tutti i popoli, per cui l'espressione "essa stessa è a capo dei popoli".»
«Si narra anche che un bambino di nome Tages emerse da un solco in un campo nel territorio di Tarquinia e insegnò ai lucumoni, allora signori dell'Etruria, l'arte degli aruspici.»
Va osservato che per Verrio Flacco, fonte più antica di Servio, il termine aveva senso del tutto diverso: la glossa festina (Festo, p. 107 L) definisce lucumones individui detti così per follia (quidam homines ob insaniam dicti). L'identificazione con i «re» compare solo in Servio, e presuppone una tradizione posteriore a Cicerone e a Verrio Flacco: altrove infatti gli attori del racconto su Tagete sono i duodecim populi (Cicerone, De divinatione II, 50; Festo, p. 492 L) o i duodecim principum pueri (Scholia in Lucanum I, 636), non dodici re.[7]
L'incertezza dell'erudizione antica emerge anche altrove. Lo stesso Servio (Ad Aeneidem V, 560) riporta un'opinione riferita a Varrone secondo cui lucumones equivarrebbe genericamente a «Etruschi» (a Lucumonibus, hoc est a Tuscis), e nel IV secolo Ausonio chiama lucumo Pitagora, senza alcuna connotazione regale. Anche i personaggi di nome Lucumone che la tradizione romana ricorda al di fuori della vicenda di Tarquinio Prisco non sono re: né il Lucumone della novella di Arrunte di Chiusi, né il Lucumone etrusco che secondo Dionigi di Alicarnasso (II, 37) avrebbe aiutato Romolo nella guerra contro Tito Tazio, eponimo della tribù dei Luceres e presentato come capo militare. Dominique Briquel ne conclude che tutte le interpretazioni del termine, compresa quella regale, sono costruzioni dell'erudizione romana, non dati provenienti dal mondo etrusco.[8]
Sul piano epigrafico, la manualistica ha tradizionalmente assunto come unità onomastica la forma lauχume, con uscita vocalica. Luciano Agostiniani ha però mostrato, riesaminando l'intero dossier, che la forma documentata è lauχumes, tema in sibilante (genitivo -esa in età arcaica, -esal in età recente), e che di un tema in vocale lauχume non esistono attestazioni sicure. Lauχumes ricorre come prenome, ma anche come gentilizio e forse come cognomen, ed è alla base dei gentilizi lauχumni (diffuso a Perugia) e lauχumsni (nell'agro di Chiusi). Le attestazioni più antiche sono lavχmsa mi su una ciotola di Verucchio (V secolo a.C.) e lavuχmes su una Schnabelkanne bronzea oggi al British Museum.[9] Sul piano etimologico la base lauχum è stata ricondotta da Agostiniani all'italico *louk- («luce», da cui il latino lucus), con il suffisso etrusco -um dei nomi inanimati; Briquel osserva però che il collegamento tra questo gruppo di forme e il lucumo delle fonti latine incontra difficoltà sia fonetiche (la vocale iniziale breve di lucumo contro il dittongo au) sia morfologiche (l'atteso corrispondente etrusco *lauχumu non è mai attestato).[10] Lucumo, in particolare, è il nome che Livio (Storie I, 34) e Strabone (Geographika, V, 2, 2) attribuiscono a Tarquinio Prisco prima che si stabilisse a Roma e che vi si facesse iscrivere con i tre nomi dello stato civile romano come Lucius Tarquinius Priscus, divenendo poi il primo re etrusco di Roma della dinastia dei Tarquini.
«Dopo la fondazione di Roma, giunse una popolazione da Corinto, e, accolta dai Tarquinii, generò Lucumone da una donna del luogo. Diventato amico di Anco Marzio, il re dei Romani, divenne lui stesso re e fu ribattezzato Lucius Tarquinius Priscus.»
Nel testo rituale della cosiddetta Mummia di Zagabria, databile al I secolo a.C., compare all'inizio di una sezione la forma lauχumneti, tradizionalmente resa «in regia», come residenza regale, per influenza della glossa serviana. Giovannangelo Camporeale ha proposto di individuare una possibile sopravvivenza tarda del valore regale del termine, limitata alla sfera sacrale, in questo appellativo e nel verbo lucairce dell'iscrizione di Laris Pulenas (CIE 5430, Tarquinia, prima metà del III secolo a.C.).[11] Questa lettura è però isolata: nell'iscrizione lucairce compare nella sequenza Tarχnalθ spulreni lucairce («lucairce nella città di Tarquinia»), e l'interpretazione in senso regale (rex sacrorum), avanzata dubitativamente da Mario Torelli, poggia su un confronto con il greco λαυκελαρχέω giudicato di scarsa efficacia.[12] Mauro Cristofani considera inoltre lauχumna un termine della topografia rituale del testo, redatto in ambiente perugino, e la resa «in regia» un effetto della glossa serviana più che un dato etrusco;[13] Agostiniani lascia invece aperte sia una connessione di lauχumna con lucumo («re»), sia un diverso valore lessicale, riconducibile a una base *lauχum.[14] La maggior parte degli studiosi (Mario Torelli, Camporeale) ritiene comunque che la "traduzione" proposta dall'erudizione romana "lucumone = re" nasca dal nome personale etrusco di Tarquinio Prisco.
La monarchia etrusca
[modifica | modifica wikitesto]Si ritiene che il regime monarchico abbia caratterizzato le città etrusche durante il VII e il VI secolo a.C.: le fonti (Tito Livio; Servio) parlano di un re a capo di ciascun popolo e dell'elezione, tra i re dei dodici popoli, di un sovrano che aveva la preminenza sui colleghi. Secondo una tarda glossa di Esichio di Mileto (TLE² 829) il potere magistratuale presso i Tirreni era denominato drouna (forse truna o thruna); il vocabolo non ha però finora riscontro nell'epigrafia etrusca.[15] La monarchia avrebbe poi lasciato il campo a forme di governo di tipo repubblicano. Nel passaggio dalla monarchia alla repubblica si sarebbero verificate anche situazioni di tirannide. Le modifiche delle forme di governo, in ogni caso, sarebbero avvenute con modalità diverse da città a città. In alcune città vi sarebbe stata una sopravvivenza o forse un ritorno della monarchia anche nella fase più recente. Tito Livio fa riferimento a un re di Veio relativamente al 437 a.C. (Storie IV, 17-19) e al 404 a.C. (Storie V, 1, 3). Il racconto liviano, in cui le altre città della lega avrebbero negato aiuto ai Veienti per odio del regnum, è giudicato da Briquel di scarsa affidabilità: vi opererebbe una rilettura ideologica del passato, che attribuisce agli Etruschi, con la sola eccezione dei Veienti, la stessa avversione alla monarchia dei Romani repubblicani.[16] Dall'elogio del praetor Aulo Spurinna, innalzato nel foro di Tarquinia nell'età dell'imperatore romano Claudio, si apprende che Cere alla metà del IV secolo a.C. era retta da un re.
Un caso emblematico dell'ambiguità terminologica è offerto dalle lamine di Pyrgi (ultimo quarto del VI secolo a.C.): il testo fenicio della bilingue presenta Thefarie Velianas come «re su Caere» (MLK ʿL KYŠRYʾ), laddove quello etrusco non gli attribuisce alcun titolo regale e menziona la carica di zilath (zilacal); la figura è comunemente interpretata come quella di un tiranno. Quanto al termine etrusco per «re», Adriano Maggiani ha proposto di riconoscerlo nello stesso zilath: in uno dei cippi di Rubiera (600 a.C. circa) la parola designa un personaggio che difficilmente, a quell'altezza cronologica, sarebbe stato un semplice magistrato. Briquel accoglie l'ipotesi: il vocabolo, nato per designare il sovrano, sarebbe rimasto in uso quando le città adottarono ordinamenti repubblicani, applicato ai loro magistrati supremi. L'oscillazione delle fonti tra rex e magistrato (per Thefarie Velianas, per Lars Tolumnio, per l'Orgolnius dell'elogio di Aulo Spurinna, per gli antenati «regali» di Mecenate ad Arezzo) si spiegherebbe così con la continuità del termine etrusco più che con reali sopravvivenze monarchiche.[17]
I re etruschi, perlomeno nella fase più antica, avrebbero cumulato nella loro persona le funzioni di capo politico, militare, sacerdote e giudice. Macrobio (Saturnali I, 15, 13) riferisce che in Etruria, ogni otto giorni, i cittadini si recavano a salutare il proprio re e a consultarlo sui propri affari.
«Allo stesso modo presso gli Etruschi, che avevano diverse none, perché ogni otto giorni si recavano a rendere omaggio al proprio re e a consultarlo sui suoi affari.»
Le insegne della regalità dei sovrani etruschi, a quanto ci dicono Dionigi di Alicarnasso (Antiquitates Romanae III, 59-62) e Tito Livio (Storie I, 8), erano costituite dalla corona d'oro, dal trono d'avorio, dallo scettro con alla sommità l'aquila, dalla tunica con fregi in oro, dal mantello di porpora ricamata e dai littori recanti sulle spalle un fascio di verghe e una scure.
«Ricevute queste risposte andarono di volo gli ambasciatori; e dopo pochi giorni ritornarono portando non già parole nude, ma i fregi stessi del comando coi quali adornano i propri monarchi: la corona d'oro, il trono eburneo, lo scettro con l’aquila in cima, la tunica di porpora con palme espressevi in oro e la sopravveste anch'essa di porpora con varietà di ricamo, come i re le usavano di Lidia e di Persia se non quanto semitonde erano queste, e non quadrangolari come in quelli regnanti.»
«[…] A me non dispiace la tesi di quelli che sostengono che questo tipo di subalterni provengano dalla vicina Etruria, da cui furono importati la sedia curule e la toga pretesta.»
I re etruschi
[modifica | modifica wikitesto]Dalle fonti ci risultano anche i nomi di re etruschi, alcuni dei quali probabilmente leggendari. I più noti sono sicuramente Porsenna, signore di Chiusi e di Volsinii (Livio, Plinio il Vecchio), e i re etruschi di Roma Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo (Livio, Strabone). Per l'origine etrusca di Servio Tullio, diversamente da quanto ci racconta Tito Livio (Storie I, 39-41), farebbero propendere il discorso dell'imperatore Claudio, pervenutoci attraverso una tavola bronzea da Lione (la cosiddetta "Tabula Claudiana", CIL XIII, 1668), nel quale l'imperatore Claudio identifica il re Servio Tullio con l'etrusco Mastarna, e le pitture della Tomba François di Vulci, nelle quali sono raffigurati combattimenti tra eroi vulcenti, tra cui Macstrna, contro Etruschi di altre città e il romano Gneo Tarquinio.
Diversa consistenza storica hanno le varie figure regali tramandate. Di indubbia storicità è Lars Tolumnio, esplicitamente detto re di Veio (Tito Livio), il cui gentilizio etrusco Tulumnes è attestato in iscrizioni veienti del VII-VI secolo a.C.; nettamente diverso è lo statuto dei re veienti dai tratti mitologici Morrius o Mamorrius (Servio), Thebris (Varrone) e Propertius (Catone).[18] A Cere avrebbero regnato il re Mezenzio (Tito Livio e Virgilio), la cui storicità è però assai discussa (verosimilmente proiezione all'indietro di un capo etrusco arcaico di tipo tirannico), il re Asture (ancora Virgilio) e il re Orgolnius (elogio del praetor Aulo Spurinna), per il quale Briquel pensa, più che a una monarchia tradizionale, a una tirannide sul modello di Thefarie Velianas oppure a una magistratura repubblicana, elettiva e temporanea.[19]
È inoltre ricordato il re Arimnestos, che avrebbe dedicato un trono nel santuario di Zeus a Olimpia, primo barbaro a farlo (Pausania V, 12, 5). Tra i comandanti etruschi alleati di Enea in Virgilio (Eneide X) sono ricordati Massico, a capo di uomini di Chiusi e Cosa (X, 165-167), e, distintamente, Osinio, detto re giunto dalle coste chiusine (X, 655); su entrambi i passi interviene Servio.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Adriano Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, in Studi Etruschi, LXII, 1996, p. 107.
- ↑ Mauro Cristofani, Lucumones, qui reges sunt lingua Tuscorum, in Archeologia Classica, vol. 43, 1991, p. 556.
- ↑ (EN) Gianluca Tagliamonte, Political organization and magistrates, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, p. 125.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, p. 253.
- ↑ Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, Torino, UTET, 2000, pp. 180-181.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 248-249.
- ↑ Mauro Cristofani, Lucumones, qui reges sunt lingua Tuscorum, in Archeologia Classica, vol. 43, 1991, p. 553.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 251-253.
- ↑ Luciano Agostiniani, Etrusco lauχumes tra lessico e onomastica, in Simona Marchesini, Paolo Poccetti (a cura di), Linguistica è storia. Sprachwissenschaft ist Geschichte. Scritti in onore di Carlo de Simone, Pisa, Giardini, 2003, pp. 22-29.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, p. 250.
- ↑ Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, Torino, UTET, 2000, p. 180.
- ↑ Massimo Morandi Tarabella, Prosopographia etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2004, pp. 390-391.
- ↑ Mauro Cristofani, Lucumones, qui reges sunt lingua Tuscorum, in Archeologia Classica, vol. 43, 1991, p. 555.
- ↑ Luciano Agostiniani, Etrusco lauχumes tra lessico e onomastica, in Simona Marchesini, Paolo Poccetti (a cura di), Linguistica è storia. Scritti in onore di Carlo de Simone, Pisa, Giardini, 2003, pp. 29-31.
- ↑ (EN) Gianluca Tagliamonte, Political organization and magistrates, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, p. 130.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 257-260.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 254 e 260-262.
- ↑ (EN) Gianluca Tagliamonte, Political organization and magistrates, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 123-124.
- ↑ Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 255-256.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Luciano Agostiniani, Etrusco lauχumes tra lessico e onomastica, in Simona Marchesini, Paolo Poccetti (a cura di), Linguistica è storia. Sprachwissenschaft ist Geschichte. Scritti in onore di Carlo de Simone, Pisa, Giardini, 2003, pp. 21-32.
- Dominique Briquel, I re in Etruria: una realtà difficile da precisare, in Roberto Fiori (a cura di), Re e popolo. Istituzioni arcaiche tra storia e comparazione, Göttingen, V&R unipress, 2019, pp. 247-274, DOI:10.14220/9783737010221.247, ISBN 978-3-8471-1022-4.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, Torino, UTET, 2000.
- Mauro Cristofani, Lucumones, qui reges sunt lingua Tuscorum, in Archeologia Classica, vol. 43, 1991, pp. 553-557.
- (FR) Roger Lambrechts, Essai sur les magistratures des républiques étrusques, Bruxelles-Roma, Institut historique belge de Rome, 1959.
- Adriano Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, in Studi Etruschi, LXII, 1996, pp. 95-118.
- Massimo Morandi Tarabella, Prosopographia etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2004.
- (EN) Gianluca Tagliamonte, Political organization and magistrates, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 121-141.